“Almeno 55 morti”. Incendio al centro commerciale, bilancio drammatico

 

C’erano famiglie a fare compere, negozianti pronti a chiudere la giornata, bambini che correvano tra i corridoi illuminati. Poi, all’improvviso, il buio, il fumo, le urla. In pochi minuti quello che doveva essere un normale sabato sera si è trasformato in un inferno che ha gelato il sangue a un intero Paese.

Le sirene, le corse disperate verso le uscite, la gente che si affacciava alle finestre chiedendo aiuto. Chi si trovava nei dintorni parla di scene impossibili da dimenticare, di un’enorme nuvola nera che avvolgeva tutto e di un odore di bruciato che non se ne andava più. Nessuno, in quei primi istanti, poteva immaginare quanto sarebbe stato pesante il bilancio.

L’inferno è scoppiato dentro il Gul Plaza, uno dei centri commerciali più affollati di Karachi, nel sud del Pakistan. Una struttura di tre piani, circa 1.200 negozi, corridoi pieni praticamente a qualsiasi ora. Un simbolo di vita quotidiana, lavoro, incontri. In una notte si è trasformato in un incubo.

Secondo le autorità locali, le fiamme si sono propagate a una velocità impressionante, intrappolando decine di persone all’interno. I vigili del fuoco hanno combattuto per ore contro il fuoco, tra muri instabili, scale rese impraticabili dal calore e fumo così denso da non riuscire quasi a respirare.

Squadre di soccorso e vigili del fuoco davanti al Gul Plaza in fiamme a Karachi

 

Con il passare delle ore è emersa tutta la portata della tragedia. Le autorità parlano di almeno 55 morti, un numero che fa rabbrividire e che, temono in molti, potrebbe ancora salire. «Da sabato sera sono stati recuperati 55 corpi», ha dichiarato il vice commissario di Karachi Sud, Javed Nabi Khoso. Parole gelide, che raccontano una strage.

Nelle ore successive al rogo, la scena si sposta dall’inferno del centro commerciale al silenzio straziante dell’obitorio. Davanti all’Ospedale Civile di Karachi si sono formate lunghe file di parenti, madri, padri, fratelli con il volto segnato da lacrime e paura. Molti non hanno più notizie dei propri cari da quella sera.

Per identificare le vittime, oltre 50 famiglie hanno già consegnato campioni di Dna. Un gesto che nessuno vorrebbe mai compiere. «Restituiremo i corpi ai familiari non appena i test saranno completati», ha spiegato la funzionaria sanitaria provinciale Summaiya Syed, cercando di rassicurare chi, da giorni, vive sospeso tra speranza e rassegnazione.

Familiari in attesa e soccorritori dopo l'incendio al centro commerciale Gul Plaza di Karachi

 

Ma accanto al dolore cresce anche la rabbia. Diverse famiglie denunciano la lentezza delle operazioni di ricerca e di soccorso, proseguite a lungo tra le macerie annerite. C’è chi sostiene che molte vite si sarebbero potute salvare con interventi più rapidi, chi accusa le autorità di non aver fatto abbastanza, chi non riesce ad accettare come, in pochi minuti, abbia perso tutto.

Purtroppo gli incendi a Karachi non sono una novità. Mercati, fabbriche, palazzi: troppo spesso le cronache raccontano di roghi divampati in edifici con infrastrutture obsolete, fili scoperti, vie di fuga insufficienti o bloccate, estintori che non funzionano, norme di sicurezza ignorate.

Gli esperti ricordano che nella città casi del genere sono frequenti, ma un disastro con un numero così alto di vittime viene considerato raro. Proprio per questo, il rogo del Gul Plaza è stato definito da molti come una “strage annunciata”: un mix esplosivo di incuria, sovraffollamento e mancanza di controlli.

Il governo ha annunciato la creazione di una commissione per indagare sulle cause dell’incendio. Al momento non c’è ancora una versione ufficiale: tra le ipotesi, un corto circuito o il mancato rispetto delle misure di sicurezza interne alla struttura. Due piste che, da sole, raccontano quanto fragile fosse quell’edificio davanti al fuoco.

Intanto, in Pakistan è il tempo del lutto e delle domande. Le immagini del centro commerciale devastato, i corridoi anneriti, le vetrine distrutte, fanno il giro dei social e dei telegiornali. Migliaia di persone commentano con una sola parola: “choc”. E sotto ogni post, la stessa richiesta: mai più.

La tragedia del Gul Plaza riaccende con forza il dibattito sulla sicurezza degli edifici pubblici in Pakistan. Quante altre volte si dovrà piangere un incendio per vedere davvero cambiare le cose? Quante famiglie dovranno ancora aspettare davanti a un obitorio per una mancata uscita di emergenza o per un impianto elettrico vecchio di decenni?

Mentre le famiglie aspettano di riabbracciare, almeno per l’ultimo saluto, i corpi dei loro cari, Karachi prova a fare i conti con una delle pagine più buie degli ultimi anni. Un sabato come tanti si è trasformato in una ferita profonda, che difficilmente si rimarginerà.