Domenica In, caos in studio con Garofano: “Dna di Chiara sui pedali, ecco perché”

Il caso Garlasco torna al centro del dibattito televisivo e, ancora una volta, si trasforma in uno scontro dai toni accesissimi. A distanza di diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il delitto continua a dividere l’opinione pubblica tra chi considera definitiva la condanna di Alberto Stasi e chi, invece, ritiene che sulla vicenda giudiziaria pesino ancora interrogativi e possibili errori investigativi.
Nella puntata di Domenica In di domenica 4 ottobre 2026, il confronto si è acceso soprattutto intorno al ruolo avuto dai RIS nelle prime fasi dell’indagine. Al centro della discussione, in particolare, ci sono alcune analisi effettuate nel settembre 2007 sulla bicicletta di Alberto Stasi e il fatto che due esiti negativi non risultino, secondo quanto emerso nel dibattito, tra gli atti dell’indagine dell’epoca.
A difendere l’operato dei RIS è intervenuto il generale Luciano Garofano, che all’epoca guidava il reparto. Una posizione che ha però trovato davanti a sé critiche durissime.
Garofano: “Non abbiamo nascosto né manipolato nulla”
Garofano ha respinto con decisione l’idea che i RIS abbiano occultato o manipolato elementi utili alla difesa di Stasi. Secondo il generale, la stessa Procura di Pavia non avrebbe parlato di un’occultazione, ma si sarebbe limitata a rilevare l’assenza, negli atti del 2007, delle copie di alcune analisi.
“È tutto un grande equivoco”, ha spiegato Garofano, sostenendo che il RIS non avrebbe “nascosto, omesso, falsato né manipolato” alcuna verità, ma si sarebbe limitato a riportare i risultati ritenuti scientificamente validi.
Il generale ha poi ricostruito la sequenza delle analisi effettuate sulla traccia individuata sui pedali della bicicletta. Il 19 settembre sarebbero state eseguite tre analisi: una prima avrebbe fornito un profilo limitato, mentre le successive avrebbero consentito di ottenere un profilo ritenuto riconducibile a Chiara Poggi. Il giorno seguente, tuttavia, sarebbero state effettuate altre due analisi, entrambe negative.
Proprio queste ultime sono diventate uno dei punti più controversi della vicenda.
Garofano ha spiegato che gli esiti negativi non avrebbero avuto valore tale da mettere in discussione i risultati precedenti, paragonando la situazione a un elettrocardiogramma: se un primo esame evidenzia un risultato e una ripetizione successiva non restituisce lo stesso dato, non necessariamente il secondo esame cancella il primo.
Una spiegazione che non ha convinto gli interlocutori in studio.
Cerno: “Non spettava ai RIS decidere quali prove portare al processo”
A contestare la ricostruzione di Garofano è stato Tommaso Cerno, che ha sottolineato un principio centrale del procedimento giudiziario: la valutazione della rilevanza delle prove non spetterebbe agli investigatori, ma al giudice nell’ambito del contraddittorio processuale.
“Quello che sta dicendo lo deve decidere un dibattimento e un giudice”, ha sostenuto Cerno, contestando l’idea che un esito analitico potesse essere considerato irrilevante prima ancora di arrivare davanti a un tribunale.
Secondo il giornalista, il punto non sarebbe soltanto stabilire quale analisi fosse scientificamente più attendibile, ma capire se tutti gli elementi disponibili fossero stati messi a disposizione del procedimento affinché la difesa potesse utilizzarli.
Garofano ha reagito duramente, lamentando di non riuscire a completare le proprie spiegazioni e arrivando a minacciare di lasciare la trasmissione se il confronto fosse proseguito in quelle condizioni.
Rita Cavallaro: “Voi avete occultato una prova”
Ancora più duro è stato l’intervento della giornalista Rita Cavallaro, che ha contestato frontalmente la ricostruzione del generale.
Secondo Cavallaro, il fatto che il 24 settembre 2007 Stasi fosse stato arrestato sulla base di una relazione che faceva riferimento alla presenza di DNA riconducibile alla vittima renderebbe particolarmente rilevante l’esistenza delle successive analisi negative.
“Voi avete occultato dal fascicolo una prova che scagionava Stasi”, ha accusato Cavallaro, sottolineando come non sarebbe spettato al RIS stabilire autonomamente quali risultati dovessero avere rilevanza processuale.
Garofano ha respinto l’accusa, definendola una ricostruzione pregiudiziale e ribadendo che non vi sarebbe stata alcuna omissione.
Feltri torna all’attacco: “Le indagini sono state fatte col posteriore”
Nel dibattito è intervenuto anche Vittorio Feltri, da sempre tra i più convinti sostenitori dell’innocenza di Alberto Stasi.
Feltri ha ricordato di avere espresso dubbi sulla colpevolezza di Stasi fin dai primi giorni successivi all’omicidio e ha definito l’intera vicenda uno degli episodi più controversi della storia giudiziaria italiana.
“Le indagini sono state fatte col posteriore”, ha dichiarato il giornalista, sostenendo che tutto il caso sarebbe stato gestito in maniera profondamente discutibile.
Feltri ha poi contestato anche il percorso processuale che ha portato alla condanna definitiva di Stasi, ricordando le assoluzioni intervenute nei primi gradi di giudizio e il successivo ribaltamento della vicenda fino alla condanna definitiva a 16 anni.
Per Feltri, si tratterebbe di “uno degli episodi giudiziari più squallidi” degli ultimi cinquant’anni.
Lo scontro finale
Garofano, ormai visibilmente irritato, ha respinto anche le accuse di responsabilità indiretta nella condanna di Stasi.
“La sentenza è arrivata dopo cinque processi”, ha ricordato il generale, accusando i suoi interlocutori di proporre una “manipolazione costante della realtà” e di attribuire ai RIS una responsabilità che, secondo lui, non sarebbe mai esistita.
Garofano ha inoltre annunciato di voler difendere la propria reputazione e quella dei suoi collaboratori anche sul piano legale, qualora le critiche dovessero trasformarsi, a suo giudizio, in accuse gratuite o calunniose.
Ma la replica di Feltri è stata ancora una volta durissima: “Avete fatto una figura schifosa”.
Il confronto si è così chiuso senza una vera ricomposizione. Da una parte Garofano continua a difendere il lavoro svolto dai RIS e la validità del profilo genetico individuato sui pedali; dall’altra, i critici dell’indagine ritengono che la gestione delle analisi e degli atti abbia lasciato interrogativi troppo importanti per essere ignorati.
Ed è proprio questo il punto che rende il caso Garlasco ancora oggi una ferita aperta: a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la verità giudiziaria e quella che una parte dell’opinione pubblica ritiene ancora da accertare continuano a viaggiare su due binari paralleli.