Report, la Rai risponde alla minaccia degli inviati:”Cosa faremo”
Non si placano le tensioni attorno al futuro di Report e della sua redazione. Nel pieno del braccio di ferro con i giornalisti della trasmissione – sfociato nei giorni scorsi in un vero e proprio ultimatum al vertice aziendale – da Viale Mazzini filtra una posizione d’inflessibile fermezza: la Rai non teme un addio in blocco degli inviati guidati da Sigfrido Ranucci, giudicando un eventuale approdo della squadra verso altri network un’ipotesi difficilmente percorribile sul piano economico.
Il fattore economico: un format da quasi 4 milioni di esternati
A blindare la permanenza del programma sulla TV pubblica sarebbe innanzitutto una cifra d’impatto: 3,9 milioni di euro. A tanto ammonta l’impegno finanziario dell’azienda destinato esclusivamente ai contratti della squadra esterna e alle spese di produzione delle inchieste. Importo a cui vanno sommati i costi dei giornalisti interni, le spese legali per le querele e l’imponente macchina delle relazioni istituzionali.
Nonostante il conduttore Sigfrido Ranucci abbia ventilato l’interesse di diversi finanziatori e imprenditori pronti a sostenerlo sul mercato privato, il messaggio che filtra dai vertici Rai verso la redazione resta perentorio:
«Voi siete Report in quanto gruppo che lavora in Rai, perché fuori da qui queste inchieste non le potreste fare. Oltre alla squadra visibile, c’è un’intera azienda che lavora dietro alle quinte per la trasmissione.»
Il fronte giornalistico e il caso Presutti
Parallelamente alla querelle economico-contrattuale, resta aperto il dibattito sui contenuti giornalistici del programma e delle sue firme. Sotto i riflettori è finita anche la co-conduttrice Giulia Presutti per via di un servizio trasmesso ad Agorà sulla strage di Cutro.
Al centro della polemica, la contestazione della Guardia di Finanza sulla paternità di un documento mostrato in onda, reo di riportare un logo non aggiornato. Una ricostruzione ridimensionata a un errore materiale e veniale: la giornalista sarebbe infatti ancora in possesso della nota trasmessa dall’ufficio stampa delle Fiamme Gialle via e-mail, successivamente rielaborata da un grafico che vi avrebbe aggiunto il logo senza l’autorizzazione formale del Comando Generale.
Le rivelazioni di Lavitola e la replica degli autori
Sullo sfondo s’intrecciano anche le vicende giudiziarie legate alle dichiarazioni di Valter Lavitola, recentemente coinvolto in un episodio di tensione in carcere conclusosi con una lieve aggressione. Nell’interrogatorio di garanzia sostenuto lo scorso 12 agosto davanti alla gip Iole Moricca, l’imprenditore ha rievocato la vicenda di un presunto sondaggio internazionale condotto su Ranucci:
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La tesi di Lavitola: Durante una cena con leader internazionali il 23 dicembre, gli sarebbe stato mostrato un sondaggio estero. Secondo l’imprenditore, la cosiddetta “internazionale progressista” avrebbe individuato nel conduttore la figura chiave su cui puntare per arginare l’ondata populista europea.
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La risposta di Giorgio Mottola: L’autore del servizio di Report del 25 ottobre 2025 (“Piccoli Trump crescono”) ha respinto al mittente le ricostruzioni, smentendo categoricamente qualsiasi contatto con Lavitola: «Non l’ho mai incontrato né ritenuto attendibile». Mottola ha precisato che i registri contabili delle fondazioni conservatrici americane mostrati nel programma provengono direttamente dal database pubblico dell’IRS (l’agenzia delle entrate USA) e dal registro trasparenza UE.
Tra nodi contrattuali, ristrutturazioni di palinsesto e polemiche d’inchiesta, il futuro di Report si avvia così a un mese decisivo per comprendere se i margini di riavvicinamento con la TV pubblica siano ancora percorribili.