Scoperta una faglia “invisibile” davanti alla Sicilia: l’allarme dei sismologi

Una frattura lunga circa 80 chilometri, rimasta nascosta per migliaia di anni sotto i fondali del Mar Ionio, potrebbe rappresentare una delle principali sorgenti di rischio sismico per la Sicilia orientale. A rivelarlo è un nuovo studio internazionale che ha ricostruito con precisione la struttura della Faglia Nord Alfeo, una vasta frattura situata al largo della costa di Catania e ritenuta ancora geologicamente attiva.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Tectonics, mostra come questa struttura sia in grado di accumulare grandi quantità di energia e, in determinate condizioni, possa generare terremoti di magnitudo superiore a 6. Un risultato che offre nuove informazioni sulla sismicità del Mediterraneo e contribuisce a migliorare la valutazione del rischio per una delle aree più esposte d’Italia.

La scoperta grazie a robot sottomarini e tecnologie avanzate

Per ricostruire la geometria della faglia, gli studiosi hanno impiegato tecnologie di ultima generazione, tra cui robot sottomarini, sistemi acustici ad alta precisione e tecniche di micro-batimetria, capaci di mappare il fondale con una risoluzione di circa un metro.

Il progetto è frutto della collaborazione tra ricercatori dell’Università di Brest, del CNRS, dell’Ifremer, dell’Università di Catania e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Grazie alle indagini è stato possibile ottenere una dettagliata ricostruzione tridimensionale della faglia, individuando scarpate sottomarine, fratture secondarie e deformazioni del fondale che testimoniano una struttura ancora in movimento.

Una faglia simile alla San Andreas

Gli studiosi descrivono la Nord Alfeo come una faglia trascorrente destra, caratterizzata dallo scorrimento orizzontale di enormi blocchi di crosta terrestre, con un comportamento paragonabile a quello della celebre faglia di San Andreas, in California.

Nel tratto analizzato, lungo circa 15 chilometri, sono state osservate profonde incisioni del fondale, depressioni e una vasta piattaforma rialzata di circa cento metri rispetto alle aree circostanti, elementi che indicano una continua attività tettonica.

Per verificare le osservazioni raccolte sul campo, i ricercatori hanno anche realizzato esperimenti di laboratorio, riuscendo a riprodurre fedelmente le deformazioni individuate sul fondale del Mar Ionio.

L’Etna diventa un “orologio geologico”

Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda il metodo utilizzato per ricostruire la storia della faglia.

Attraverso l’analisi di carote di sedimenti marini, gli scienziati hanno individuato uno strato di lapilli riconducibile alla grande eruzione dell’Ellittico dell’Etna, avvenuta circa 16.700 anni fa. Questo livello vulcanico ha funzionato come un vero e proprio riferimento temporale, permettendo di misurare gli spostamenti provocati dalla faglia nel corso dei millenni.

Le analisi hanno evidenziato deformazioni verticali comprese tra tre e sei metri, confermando che la Nord Alfeo è rimasta attiva fino a tempi geologicamente recenti.

Il rischio per la Sicilia orientale

Sulla base delle dimensioni della struttura e delle deformazioni osservate, gli autori dello studio ritengono che alcuni segmenti della faglia possano generare terremoti con magnitudo compresa tra 6 e 6,3.

Si tratta di un dato particolarmente significativo per la Sicilia orientale, già considerata una delle aree a maggiore pericolosità sismica del Mediterraneo e teatro, nel corso della storia, di eventi devastanti come il terremoto della Val di Noto del 1693 e quello di Messina del 1908.

La nuova mappatura consentirà di affinare i modelli geologici e migliorare le future valutazioni del rischio sismico, offrendo agli studiosi strumenti più precisi per comprendere il comportamento delle faglie sommerse.

Una chiave per comprendere anche l’evoluzione dell’Etna

Secondo i ricercatori, la Faglia Nord Alfeo non rappresenta una struttura isolata, ma è parte di un più ampio sistema geodinamico legato alla subduzione della placca ionica sotto l’arco calabro.

Lo studio la inserisce inoltre tra le cosiddette STEP fault, grandi faglie che si sviluppano ai margini delle zone di subduzione e che in altre regioni del mondo sono state associate a terremoti di forte intensità.

Comprendere il funzionamento di questa enorme frattura, spiegano gli studiosi, significa non solo migliorare la conoscenza del rischio sismico della Sicilia orientale, ma anche acquisire nuove informazioni sui processi geologici che hanno contribuito alla nascita e all’evoluzione dell’Etna, uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo.