“La scelta fatale”. Maldive, cosa hanno fatto i sub prima di morire

Il mare può trasformarsi in un confine sottile tra meraviglia e tragedia. Basta un errore minimo, una scelta presa in pochi secondi, per cambiare tutto. Ed è proprio su quei momenti decisivi che oggi si concentrano le indagini sulla morte dei cinque sub italiani rimasti intrappolati nella grotta di Dekunu Kandu, alle Maldive.

Le vittime sono Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e la guida Gianluca Benedetti. Tutti esperti, tutti abituati a immersioni tecniche complesse, ma travolti da una situazione che potrebbe essere degenerata in pochissimi minuti.

La grotta e il passaggio che potrebbe averli intrappolati

Dopo il recupero dei corpi, l’attenzione degli investigatori si è concentrata sulla conformazione della grotta, considerata particolarmente insidiosa anche per sub molto preparati.

Secondo una prima ricostruzione, la cavità sarebbe composta da due grandi camere collegate da un corridoio lungo circa trenta metri, largo tre e alto poco più di un metro e mezzo. Superata la prima camera, collegata al mare aperto, il gruppo avrebbe raggiunto una seconda cavità più profonda, fino a circa sessanta metri.

Ed è proprio durante il ritorno che qualcosa potrebbe essere andato storto.

Secondo quanto spiegato da Laura Marroni, la combinazione tra profondità, scarsa visibilità e sabbia sollevata avrebbe potuto rendere difficile individuare l’uscita corretta. In quel momento, il gruppo potrebbe aver imboccato un cunicolo laterale senza via d’uscita: quella che gli investigatori definiscono già come la possibile “scelta fatale”.

L’inchiesta e gli accertamenti sulle attrezzature

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per chiarire l’esatta dinamica dell’incidente e verificare eventuali responsabilità.

Fondamentali saranno le autopsie previste nei prossimi giorni, ma soprattutto gli esami tecnici sulle attrezzature recuperate: bombole, mute, computer subacquei, sistemi di illuminazione e telecamere potranno fornire elementi decisivi sugli ultimi minuti dell’immersione.

Sono stati sequestrati anche telefoni, computer e dispositivi elettronici appartenuti ai sub, recuperati dalla nave Duke of York e riportati in Italia. Materiale che ora verrà analizzato insieme alle testimonianze raccolte dalle autorità maldiviane.

Il nodo dell’autonomia sott’acqua

Tra gli aspetti più delicati dell’inchiesta c’è anche il tema dell’autonomia respiratoria.

I cinque sub avevano con sé bombole da dodici litri, una configurazione comune in molte immersioni tecniche ma che presenta limiti molto rigidi quando si raggiungono profondità elevate.

“A sessanta metri l’autonomia si riduce drasticamente”, ha spiegato Marroni, sottolineando che il tempo utile con quel tipo di equipaggiamento può ridursi a dieci o dodici minuti.

In un ambiente chiuso come una grotta, dove non è possibile risalire direttamente in superficie e ogni spostamento richiede precisione assoluta, anche pochi minuti possono fare la differenza tra la salvezza e la tragedia.

Il team specializzato intervenuto per il recupero avrebbe infatti utilizzato sistemi molto più avanzati, tra cui rebreather capaci di garantire ore di permanenza sott’acqua, scooter subacquei e sagole di orientamento, strumenti fondamentali nelle immersioni speleologiche.

Il dubbio sulle sagole e l’ipotesi dell’overconfidence

Uno dei punti ancora da chiarire riguarda proprio la presenza delle sagole nella grotta. Alcune linee guida sarebbero state trovate sul posto, ma non è ancora certo se appartenessero ai sub italiani o ai soccorritori arrivati successivamente.

Gli investigatori stanno valutando anche un’altra ipotesi molto delicata: quella dell’overconfidence, cioè l’eccesso di sicurezza che talvolta può colpire anche subacquei altamente esperti.

Non si tratta di accuse, ma di una possibile chiave interpretativa. Chi affronta immersioni tecniche da molti anni può percepire come controllabili situazioni che, in realtà, richiedono margini di prudenza ancora maggiori.

Per ora, però, il quadro resta incompleto. Saranno le indagini italiane e maldiviane, insieme alle analisi tecniche e alle testimonianze raccolte, a stabilire cosa sia accaduto davvero nella grotta di Dekunu Kandu.

Resta il dolore delle famiglie e la sensazione che tutto possa essersi deciso in pochi istanti, in pochi metri di roccia e buio, in uno dei luoghi più affascinanti e pericolosi del mare delle Maldive.