Allarme nel Mediterraneo, due petroliere della flotta fantasma russa alla deriva

 

Il Mediterraneo occidentale si è trasformato in una zona rossa, un corridoio d’ombra dove navigano vere e proprie bombe ecologiche pronte a esplodere. Al centro dei timori internazionali ci sono le cosiddette “navi fantasma”, vecchie carrette del mare che cambiano continuamente bandiera e armatore per aggirare i controlli e contrabbandare l’oro nero del Cremlino. In questo momento, la tensione è alle stelle per due petroliere della flotta ombra russa che, colpite da avarie, sono rimaste a lungo alla deriva rifiutando ogni aiuto esterno per il timore di ispezioni e sequestri.

La prima unità sotto osservazione è la Progress, un colosso di 244 metri varato diciannove anni fa che trasporta 90 mila tonnellate di petrolio degli Urali. Mercoledì, mentre solcava le acque tra l’Algeria e la Sardegna, i suoi motori hanno smesso di battere. Giovedì mattina la situazione è precipitata: l’equipaggio ha dichiarato ufficialmente di “non avere più il controllo della nave”. Inserita nella lista nera delle sanzioni europee, la Progress ha cambiato nome due volte nell’ultimo anno, risultando oggi registrata a San Pietroburgo. Solo nelle ultime ore ha ripreso un moto lentissimo verso le coste algerine, scortata dall’ansia di un possibile disastro ambientale.

L’incognita della Chariot Tide e l’ombra del sabotaggio

Non meno preoccupante è il caso della Chariot Tide, ferma in panne in mezzo al Mediterraneo con 30 mila tonnellate di diesel a bordo. La sua bandiera del Mozambico è sospettata di essere un falso, dato che non è stato indicato alcun armatore certo, lasciando enormi dubbi sulle coperture assicurative in caso di sversamento. Dopo essere arrivata a soli 40 chilometri dalla Costa del Sol, la nave resta in acque internazionali, monitorata da unità spagnole ma decisa a non farsi trainare in porto. Dal 2024 è finita sotto sanzione per il traffico di combustibile russo, avendo cambiato quattro nazionalità in soli due anni.

Ma cosa sta succedendo davvero in mare aperto? Il sospetto che non si tratti solo di logorio meccanico si fa strada tra gli analisti. Negli ultimi mesi, il tratto di mare interessato è stato teatro di episodi oscuri, come l’affondamento della Ursa Major dopo due misteriose esplosioni. Sebbene l’intelligence di Kiev non abbia rivendicato ufficialmente queste azioni, la pressione sulle rotte del greggio russo è altissima. Si stima che esistano circa 1.400 petroliere che operano fuori dalle regole internazionali per conto di Russia, Iran e Venezuela. Queste imbarcazioni, spesso prive dei requisiti minimi di sicurezza, rappresentano una minaccia costante per le coste italiane: la rotta dai terminal baltici verso l’India e la Turchia passa inevitabilmente per il Canale di Sicilia, trasformando il nostro mare in un rischioso campo di battaglia energetico.