Fa scendere un passeggero senza biglietto e viene preso a calci: il capotreno dovrà pagare 15mila euro di spese legali

Mestre – La vicenda risale al 2018, ma le sue conseguenze continuano a pesare sulla vita di un uomo che, per aver semplicemente svolto il proprio lavoro, si è trovato a dover affrontare un procedimento giudiziario, spese legali e un isolamento che sembra ormai insormontabile. Il capotreno di Mestre, protagonista di un episodio che aveva suscitato simpatia e sostegno politico, oggi si ritrova completamente solo, vittima di un sistema che sembra averlo dimenticato.
La vicenda e l’aggressione
Era una giornata come tante sulla tratta regionale Belluno-Padova quando, durante un controllo dei titoli di viaggio, il ferroviere individuò un passeggero, un cittadino nigeriano di 42 anni, che continuava a parlare al telefono ignorando le richieste di mostrare il biglietto. Convinto che l’uomo fosse senza titolo di viaggio, il capotreno lo accompagnò sulla banchina, costringendolo a scendere. La reazione non si fece attendere: il passeggero, visibilmente alterato, lo colpì con calci e sberle, facendogli volare via gli occhiali. Dopo aver chiamato i carabinieri, il ferroviere riuscì a risalire a bordo e a riprendere il viaggio, con i segni dell’aggressione ancora sul volto.
Le accuse e il processo
Inizialmente, la procura di Belluno aveva contestato al capotreno il reato di tentata violenza privata e abuso d’ufficio, sostenendo che avesse costretto il passeggero a scendere senza motivo e avesse minacciato di denunciarlo se non fosse salito a bordo. La sentenza del tribunale di Belluno, nel 2019, lo condannò a venti giorni di reclusione con pena sospesa. Tuttavia, il procedimento si arenò in prescrizione, lasciando il ferroviere libero ma gravato da circa 15mila euro di spese legali.
Una storia di solidarietà e abbandono
Inizialmente, il caso aveva suscitato solidarietà e sostegno politico, con il governatore Luca Zaia che aveva definito la sentenza “incomprensibile alla gente comune”. Trenitalia e la Regione Veneto avevano promesso assistenza legale e sostegno, ma col passare del tempo tutto è svanito. Le promesse sono state disattese, e l’uomo, malato e stremato, si ritrova oggi completamente solo, con le spese legali ancora da pagare e senza alcuna tutela concreta.
Il silenzio e la denuncia
La Cgil, che da mesi assiste il capotreno, denuncia il silenzio delle istituzioni e delle aziende coinvolte: «Nessuna risposta, nessuna presa di posizione. Solo il silenzio», afferma il sindacato. La sua storia, che aveva attirato attenzione e solidarietà, ora sembra essere stata dimenticata, lasciandolo a combattere contro le conseguenze di una vicenda che non gli apparteneva.
Una vicenda simbolo di ingiustizia
Questa vicenda mette in luce le difficoltà di chi, come il capotreno, si trova a dover fare i conti con un sistema che spesso premia le polemiche e le accuse, lasciando soli i lavoratori che si limitano a svolgere il proprio dovere. La speranza è che questa storia possa diventare un esempio di come sia necessario tutelare chi, ogni giorno, si impegna per garantire la sicurezza e il rispetto delle regole, senza essere abbandonato a sé stesso quando le cose si complicano.
Fino a quando si continuerà a tollerare che chi fa il proprio lavoro venga lasciato solo?