Le spiagge italiane invase da piccoli dischetti neri: di cosa si tratterebbe

Negli ultimi mesi, un fenomeno inquietante sta attirando l’attenzione di bagnanti e ambientalisti lungo le coste italiane: la presenza di piccoli dischetti neri, simili a mini patatine Pringles, che si accumulano sulle spiagge di diverse regioni, in particolare in Puglia e Veneto. Questi oggetti, apparentemente innocui, stanno invece sollevando serie preoccupazioni riguardo alla loro origine e al rischio che rappresentano per l’ecosistema marino.

L’allarme di Archeoplastica e le prime segnalazioni

A lanciare l’allarme è Enzo Suma, fondatore di Archeoplastica, progetto dedicato al recupero e alla catalogazione dei rifiuti plastici storici sulle spiagge italiane. “Dallo scorso gennaio – ha spiegato a Fanpage.it – stiamo assistendo a un costante arrivo di migliaia di questi dischetti in plastica sulle spiagge. La loro forma li fa sembrare patatine, ma in realtà sono componenti tecnici, molto probabilmente provenienti da impianti di depurazione.”

Le segnalazioni sono state numerose e si sono concentrate inizialmente nelle spiagge venete, in particolare a Rosolina, in provincia di Rovigo. Successivamente, i dischetti sono stati trovati anche lungo le coste pugliesi, suggerendo un possibile trasporto via correnti marine o fluviali.

Cosa sono e a cosa servono i dischetti neri

Questi piccoli oggetti sono conosciuti come supporti per la biomassa e vengono utilizzati negli impianti di depurazione delle acque reflue, in particolare in quelli di ultima generazione che adottano la tecnologia MBBR (Moving Bed Biofilm Reactor). Realizzati in polipropilene o polietilene, materiali molto resistenti, i dischetti favoriscono la crescita di batteri utili al trattamento biologico delle acque.

Se da un lato questa tecnologia rappresenta un avanzamento nel trattamento delle acque, dall’altro la loro presenza in natura, se dispersa accidentalmente, può rappresentare un grave rischio ambientale.

Il caso di Rosolina e le ipotesi di origine

Le prime segnalazioni sono risalenti all’inizio dell’anno e hanno portato a ipotesi diverse sulla provenienza dei dischetti. Riccardo Mancin, di Plastic Free, ha suggerito che potrebbero essere stati dispersi accidentalmente da una nave o provenire da un impianto di depurazione situato nell’Alto Adige. Tuttavia, la diffusione dei dischetti lungo le coste italiane rende difficile tracciare con precisione la loro origine.

Difficoltà di tracciamento e indagini in corso

Uno dei principali ostacoli è la difficoltà di rintracciare la provenienza di questi componenti. Nonostante siano prodotti di tecnologie avanzate, la loro diffusione incontrollata rende complesso individuare gli impianti responsabili. Enzo Suma ha riferito di aver contattato direttamente il produttore, sperando di ottenere un elenco dei clienti italiani che utilizzano questa tecnologia, ma al momento le indagini sono ancora in fase preliminare.

Per approfondire la questione, è stato anche presentato un esposto al NOE (Nucleo Operativo Ecologico) dei Carabinieri di Venezia, Padova e Roma, affinché avviino indagini ufficiali. La situazione rimane comunque avvolta nel mistero.

Rischi per l’ambiente marino

Il problema non è solo estetico: i dischetti rappresentano un serio rischio per la fauna marina. Possono essere ingeriti da pesci e uccelli, accumularsi nei fondali e contribuire alla crisi della plastica nei mari. La loro diffusione incontrollata potrebbe compromettere la biodiversità e mettere a rischio la sicurezza alimentare delle comunità costiere.