Il primo focolaio, poi l’epidemia. Così Bergamo è entrata all’inferno

L’inferno di Bergamo è fatto di immagini e storie. Ci sono le bare trasportate dall’esercito lontano dalla città. I forni crematori incapaci di sostenere il ritmo. Gli obitori pieni, le Chiese che non possono celebrare i funerali, ma si aprono per raccogliere i defunti in attesa di destinazione.

La crisi della Bergamasca sono ventidue parroci ammazzati dal virus invisibile. I suoi cinquanta morti in media al giorno. Il primo posto nella tetra classifica dei casi da coronavirus, 7.072 dall’inizio del Più che istantanee, sono pugni nello stomaco per una provincia ormai allo stremo. Fino a ieri fiera vena produttiva del Paese, e ora in piena carenza di ossigeno.

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Sindaci, cittadini, analisti si chiedono: perché proprio Bergamo? Alcuni hanno ipotizzato che la diffusione del contagio sia dovuta all’inquinamento prodotto dalle tante industrie della zona. Difficile dirlo, appare una ipotesi improbabile. Certo è che la Bergamasca ha nel suo dna economico lo scambio con gli altri Paesi, Cina compresa, e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui qui il Covid-19 ha colpito più che altrove. “Non necessariamente il primo soggetto a portare il virus in Italia potrebbe essere stato un cinese”, ha spiegato l’Ats a Bergamo News. “Potrebbe essere stato anche un uomo d’affari italiano, o di altra nazionalità, di ritorno da quel Paese”. Per assurdo il virus potrebbe aver colpito chi più lavora, si muove, produce. Insomma: chi tiene in piedi il Paese.

Magra consolazione, se mai se ne può trovare una quando i medici di base parlano di 1.800 giovani bloccati a casa con la polmonite e un aumento dei decessi rispetto agli anni passati da far accapponare la pelle. Nel 2019 dal 9 all’11 marzo erano andate al Creatore 23 persone. Nel 2020, nello stesso periodo, i defunti sono stati 128. Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, stima che per ogni morto da Coronavirus diagnosticato, ce ne siano almeno “altre tre per le quali questo non è accertato ma che muoiono di polmonite”. Una strage, oltre mille morti solo in città, che ancora non ha una spiegazione certa.

Eppure il match non è l’unico indicatore in grado di spiegare la peculiarità della Bergamasca. “Perché proprio a noi?”, si chiedono i cittadini. Per il sindaco Cencelli la risposta alla domanda “chiama in causa i molti eventi pubblici, l’abitudine a frequentare le ville e le piazze”. Troppa socialità, per un virus che ama passare di mano in mano, abbraccio dopo abbraccio. Cencelli, ad esempio, potrebbe essersi infettato dopo luna cena sociale degli Artiglieri del 23 febbraio. Alla trattoria di Zogno, invece, il 14 febbraio si è tenuta una cena e dieci giorni dopo gli avventori sono stati contattati dall’Asl per uno di loro era risultato positivo al coronavirus. A Treviglio, una delle cittadine più colpite, il giorno prima della serrata finale disposta dalla regione Lombardia per il 23 febbraio, bambini e famiglie hanno festeggiato normalmente il carnevale in piazza. Qualcuno avrebbe pure voluto che si corresse la Maratonina, ma per fortuna è saltata. Intanto oggi Treviglio conta 123 contagi.

Ci sono poi anche gli errori. Umani, certo. Forse comprensibili. Ma potenzialmente tragici. L’Espresso racconta che nel penultimo sabato di febbraio l’Esselunga di Nembro, uno dei focolai, sia stata presa di assalto subito dopo il decreto annunciato in tv dal premier Conte sulla prima parziale chiusura dell’Italia. Le foto mostrano la ressa di persone, e si dice che il negozio abbia incassato 800mila euro in un solo giorno. La vicinanza tra gli scaffali potrebbe aver accelerato il contagio. Ma non vanno dimenticate le tante persone che nei primi giorni dell’emergenza continuavano a girare in piazza, le piste da sci a Orobie e in Val Seriana prese di assalto nonostante l’invito a rimanere a casa. Oppure le chat degli automobilisti che si passano informazioni su come aggirare i posti di blocco. Infine, le pressioni economiche. Confindustria era contraria a chiudere tutto, convinta che la serrata delle industrie potesse bloccare l’interscambio: un indotto di 370 imprese per un fatturato di oltre 650 milioni di euro all’anno. Ed è forse anche per questo che Nembro e Alzano, nonostante avessero numeri simili a Codogno, non sono mai state dichiarate zone rosse. Il 28 febbraio gli industriali hanno lanciato la campagna video “Bergamo is running/Bergamo non si ferma” allo scopo di tranquillizzare i partner internazionali.

Un errore di valutazione può esserci stato. O forse l’eccessivo desiderio di resistere. Mentre Gori andava al ristorante per mantenere un po’ di normalità, l’infettivologo dell’ospedale già faceva notare che i reparti si stavano saturando. Oggi il Papa Giovanni XXIII è allo stremo, ma fino alla fine i comuni della Bergamasca sembra abbiano provato a scansare il nemico. Lo dimostrano gli annunci pubblicati sull’edizione online dell’Eco di Bergamo: molti degli eventi risultano confermati fino al 23 febbraio. Poi il giorno dopo iniziano a essere cancellati uno dietro l’altro. La provincia alla fine si è fermata, sopraffatta dal virus. Treviglio ha sospeso pure la novena alla Madonna delle Lacrime. Non successe neppure sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale.