Svolta sui migranti: “Le Ong li portino al loro Paese”

Matteo Salvini può tirare un sospiro di sollievo, non altrettanto le Ong che portano migranti, che dopo la decisione del tribunale dei ministri di Roma saranno probabilmente costrette a virare verso altri lidi.

Con la sentenza del 21 novembre scorso, infatti, i giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo hanno creato un precedente importante, visto che hanno assolto l’ex ministro dell’Interno e il suo ex capo di Gabinetto, Matteo Piantedosi, dall’accusa di omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio. Nelle motivazioni si legge in maniera inequivocabile che la responsabilità dell’assegnazione di un porto sicuro alle navi delle Ong che portano a bordo i migranti recuperati dai barconi è di competenza dello «Stato di primo contatto». Essendo difficile spesso reperire quale sia, gioco forza «non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio». Tutto a seconda di ciò che risulta da convenzioni e accordi tra Paesi. Di fatto fa fede la bandiera della nave. Nel caso di Alan Kurdi, quindi, avrebbe dovuto essere la Germania ad accollarsi l’onere di far sbarcare gli immigrati. Al momento, a parte Mediterranea Saving Humans, non vi sono altre Ong che battono bandiera italiana, per cui tutte le altri navi potrebbero in futuro essere costrette a far rotta verso gli Stati di appartenenza.

Come si ricorderà, Salvini vietò l’approdo all’imbarcazione di Sea Eye, con 65 persone a bordo, nell’aprile di quest’anno. Secondo i giudici, «l’assenza di norme di portata precettiva chiara applicabili alla vicenda non consente di individuare, con riferimento all’ipotizzato, indebito rifiuto di indicazione del Pos (Place of safety), precisi obblighi di legge violati dagli indagati, e di conseguenza di ricondurre i loro comportamenti a fattispecie di rilevanza penale».

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Ma che cosa accade se il Paese di primo contatto è troppo lontano per garantire la salvezza nei naufraghi? Per i giudici «la normativa non offre soluzioni precettive idonee ai fini di un intervento efficace volto alla tutela della sicurezza dei migranti in percolo», per cui serve «una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta».

Non è comunque detto che la decisione del tribunale dei Ministri sia destinata a porre fine alle inchieste ancora in corso su altre situazioni simili (vedi Open Arms e Sea Watch). La Procura di Roma, nella persona del pm Sergio Colaiocco, invece, aveva dato diverse motivazioni alla richiesta di archiviazione, indicando la responsabilità nella Guardia costiera, che dipende dal ministero delle Infrastrutture, di assegnare un porto sicuro. L’ex ministro dell’Interno vietò l’ingresso ad Alan Kurdi con una specifica direttiva, ma per i pm non ci fu «dolo intenzionale» ovvero mancava la volontà di procurare danno agli altri. «Finalmente – ha detto nei giorni scorsi Salvini – un tribunale riconosce che bloccare gli sbarchi non autorizzati non è reato». Non resta che attendere di capire se andrà allo stesso modo per le indagini in corso.