Pd asserragliato nelle città, ma la Lega dilaga in Emilia profonda

L’Emilia Romagna non è l’Umbria. Partendo da questo presupposto la sinistra è convinta di vincere le prossime elezioni Regionali, forte dei buoni risultati ottenuti dal governatore uscente Stefano Bonaccini. A galvanizzare il Pd è soprattutto la foto di piazza Maggiore, strapiena di 15mila “sardine” che pochi giorni fa hanno sfilato in contrapposizione con l’evento di Matteo Salvini al PalaDozza.

Ma quella piazza rispecchia davvero un cambio di passo del centrosinistra nella corsa per la riconferma di Bonaccini? Storicamente ciò che avviene nelle grandi città non è mai lo specchio concreto di quel che avviene nel cosiddetto ‘Paese reale’. Basti pensare alla Lombardia che storicamente vota per il centrodestra, pur avendo il capoluogo Milano governato dal centrosinistra dal 2011 oppure al Veneto leghista dove Venezia è stata espugnata dal centrodestra solo nel 2015. Se dal Nord si passa al Centro-Sud il discorso non cambia: Palermo e Napoli votano a sinistra, ma il popolo delle province sicule o campane sceglie il centrodestra. Nel Lazio, anche quando il centrodestra ha vinto le Regionali, lo ha fatto grazie ai voti arrivati dal reatino, dal frosinate e dal viterbese perché Roma e dintorni hanno sempre avuto un cuore che batte a sinistra. Il fenomeno si ripete anche “nel piccolo”. Le ultime votazioni nella Capitale, siano esse comunali, politiche o Regionali, hanno visto l’affermazione della sinistra nel centro storico e ai Parioli, mentre nelle periferie ha sfondato talvolta il centrodestra e talvolta il Movimento Cinque Stelle. In base a un’analisi dell’Istituto Cattaneo, pubblicata oggi sul Corriere della Sera, la contrapposizione centro vs periferie ed elites vs popolo si riproporrà anche alle Regionali del prossimo 26 gennaio. Le recenti elezioni Europee hanno, infatti, evidenziato come, esclusa Bologna e dintorni, il centrodestra (e la Lega in particolare) cresce in tutte le altre province. “A Bologna è assai prevalente un orientamento progressista, multiculturale, europeista e quindi molto affine al Pd. Ma basta spostarsi nei comuni più piccoli e prevale un sentimento di “difesa”.

È in questi contesto che la Lega fa breccia”, spiega al Corriere della Sera il professor Marco Valbruzzi, coordinatore dell’Istituto Cattaneo, convinto che in Emilia si possa ripresentare la stessa dinamica che ha inciso nel Regno Unito quando si è votato per la Brexit con Londra fortemente europeista, a dispetto del resto del Paese. Alle elezioni Europee dello scorso maggio la Lega è divenuta primo partito della Regione con il 33,8% dei voti contro il 31,2% del Pd, mentre il M5S si è fermato al 13%. Un risultato quest’ultimo che lascia prevedere che probabilmente i grillini resteranno fuori dalla contesa delle Regionali, onde evitare di sfavorire il candidato dei propri alleati di governo. Ma, tornando alla Lega, basta vedere la cartina del 27 maggio scorso per accorgersi della “marea verde” che ha devastato politicamente la sinistra emiliano-romagnola. Il Pd, infatti, riuscì a primeggiare solo nelle province di Bologna, Ravenna e Reggio Emilia e perse le Comunali a Ferrara e a Forlì, zone diventate quasi dei ‘feudi’ leghisti. Una conferma di quanto “il popolino” della provincia conti quanto o forse anche più delle elites di sinistra che dominano le grandi città e che non riescono più a rappresentare le classi deboli. Anche l’Emilia Romagna negli ultimi anni è stata attraversata dal fenomeno dell’operaio che, pur avendo la tessera della Cgil in tasca, ha iniziato a votare Lega (e non si è più fermato). Secondo una ricerca Ipsos, condotta subito dopo le Europee, ha mostrato come il 40% dei tesserati Cgil avesse votato per i gialloverdi e che il 44% preferisse di gran lunga Matteo Salvini come leader. Se è pur vero che, alle ultime europee, il Pd è stato ancora il primo partito tra i tesserati Cgil, con il 44,8%, è altrettanto una realtà il fatto che la Lega sia salita dal 10% del 2018 al 18,5 del maggio scorso. Il politologo Gianfranco Pasquino aveva spiegato così questa avanzata: “Salvini si è impadronito di due temi chiave per i tesserati: l’immigrazione, che viene descritta anche come una sfida occupazionale”.

E ancora: “L’altra questione è la sicurezza: probabilmente molti operai o pensionati iscritti ai sindacati sentono questa esigenza. Io non condivido le risposte che dà Salvini, ma almeno, a differenza della sinistra, alcune risposte le dà”. Un’avanzata iniziata con le Politiche del 2018 quando, alla Camera, il centrodestra ottiene il 33% (e la Lega il 19%), mentre il centrosinistra si ferma al 30% (il Pd al 26%) e prende più voti in un solo collegio plurinominale su 4. Si salva solo quello della ‘Bologna rossa’, progressista e multiculturale, appunto. Anche nei due collegi plurinominali del Senato prevale il centrodestra, seppure con percentuali ben diverse. Nel collegio che comprende Bologna, Ravenna, Rimini e Ferrara registra il 31,9% contro il 31,2% del centrosinistra, mentre nel collegio che unisce le province di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza il distacco tra le due coalizioni è di ben 6 punti percentuali (35 a 29%). In quell’occasione il Pd perde anche lo scettro di primo partito della Regione per soli 13mila a vantaggio del M5S, il probabile grande assente di questa tornata elettorale. Una perdita di consensi senza precedenti: -26% rispetto alle Europee del 2014 e -18% rispetto alle Regionali dello stesso anno. Ma, andiamo a rinfrescare la memoria proprio sul voto di cinque anni fa. Nel 2014 Stefano Bonaccini diventa governatore battendo il candidato leghista Alan Fabbri (oggi sindaco di Ferrara) con 20 punti di distacco (49 a 29), ma per la prima volta la coalizione di centrosinistra ottiene meno del 50%. Il tutto con una partecipazione al voto che si ferma al 37%.

Le uniche due province in cui il centrodestra regge il confronto sono Piacenza dove Fabbri vince con 10 punti percentuali di differenza e Ferrara dove Bonaccini prevale sul leghista per soli 2,5 punti in più. Nel complesso si era trattata di una vittoria netta, tenendo conto soprattutto del fatto che il governatore uscente Vasco Errani si era dovuto dimettere con un anno d’anticipo dopo essere stato condannato a un anno di carcere per il “caso Terremerse”. Solo nel 2016 è stato assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Errani era stato eletto governatore per la terza volta nel 2010 col 52%, mentre cinque anni prima aveva ottenuto il 63%. Nell’arco di nove anni (dal 2005 al 2014), quindi, il centrosinistra ha perso 14%. Nel 2016, poi, la ‘rossissima’ Bologna viene vinta dal centrosinistra, ma la leghista Lucia Borgonzoni, all’epoca candidata a sindaco del centrodestra, costringe l’attuale primo cittadino Virginio Merola ad andare ballottaggio dove raggiunge comunque un lusinghiero 45%. Attualmente, infine, dei dieci capoluoghi di Regione Ferrara, Forlì e Piacenza sono governate dal centrodestra, mentre Parma è in mano all’ex grillino Federico Pizzarotti. Insomma, la sfida per le Regionali del 26 gennaio è del tutto aperta e non si gioca certo a Piazza Maggiore.