Lo Stato nell’azienda del capogruppo dem Così il gruppo Marcucci incassa nuovi fondi

La Cassa Depositi e Prestiti, attraverso fondi controllati o partecipati, diventa socio sempre più forte in Kedrion, la società biofarmaceutica della famiglia Marcucci.

L’assemblea del gruppo ha dato il via libera ad aumenti di capitale per 66,7 milioni che porteranno i fondi a detenere un complessivo 45% del capitale. Mentre i Marcucci manterranno il controllo con una quota di oltre il 50%.

La ricapitalizzazione è stata sostenuta per 50 milioni da Fsi sgr (il fondo controllato e gestito dal manager Maurizio Tamagnini, a cui la Cdp partecipa con una quota del 30% pari a un investimento di 500 miloni) e per altri 16,7 milioni da Fsi Investimenti (il fondo controllato al 77% da Cdp tramite Cdp Equity). La cifra versata da FsiI è equivalente alla quota parte di capitale (25%) già detenuta dal fondo. Mentre l’investimento di Fsi sgr rappresenta la novità, per una quota di capitale pari al 20 per cento.

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La partecipazione di Cdp nel gruppo dei Marcucci risale al 2012, quando lo stesso Tamagnini guidava l’allora Fondo Strategico (oggi Cdp Equity), con 150 milioni. E con questa operazione viene rinforzata. Non senza qualche maldipancia all’interno del sistema Cdp, e qualche polemica politica. Difficile non notare un finanziamento in gran parte pubblico di un’azienda che appartiene a una famiglia di cui tutto si può dire tranne che sia distante dalla politica. Kedrion è infatti guidata da Paolo Marcucci e controllata insieme ai fratelli Marialina e Andrea: due importanti esponenti del Pd. La prima è stata ex vicepresidente della Regione Toscana, il secondo è l’attuale capogruppo al Senato. Il punto è che investire i soldi del risparmio postale degli italiani in un’azienda sana e degna di essere partecipata dallo Stato è una scelta sempre virtuosa.

Ma le ragioni di opportunità sono importanti. Soprattutto se l’azienda tanto virtuosa non è. E se questo «secondo giro» di ricapitalizzazione avviene senza avere in cambio una contropartita in termini di governance dell’azienda. Qualcosa tipo: se vuoi i soldi del risparmio postale, poi l’impresa la gestisco io. Ad oggi, ha detto lo stesso Paolo Marcucci, «Kedrion ha debiti netti per 500-550 milioni, pari a 3,5 volte l’ebitda (il margine operativo lordo) di gruppo. Vorremmo limarlo sotto le tre volte, un livello più fisiologico». La società ha dunque troppi debiti. E l’intervento del 2012, che poteva puntare a creare un campione italiano del biopharma, non sembra essere andato del tutto a segno. Di qui le perplessità sull’opportunità per Cdp di insistere a sostenere un gruppo privato noto più per l’appartenenza a una famiglia politicamente molto esposta, che per i suoi risultati finanziari.

I Marcucci sono attivi da anni nel settore degli emo-derivati e dei vaccini. Il padre Guelfo acquisì la Sclavo da Enimont nel 1990 per 100 miliardi di lire. Dalla ristrutturazione del settore farmaceutico del gruppo Marcucci nacque Kedrion. Il patriarca rimase poi coinvolto nelle vicende giudiziarie legate allo scandalo del sangue infetto, quando a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 migliaia di persone furono infettate con il virus di Hiv ed epatite C tramite trasfusione di sangue ed emoderivati. I processi si sono conclusi con nessuna condanna per i vertici di Kedrion.

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