Roma, scendono in piazza le Forze dell’Ordine: “Sosteneteci da vivi, non da morti!”

C’è orgoglio sì, ma anche “malessere professionale e umano”. Ecco perché dopo le centinaia di feriti e i troppi morti, ora polizia, carabinieri, finanzieri, penitenziari e vigili del fuoco hanno deciso di scendere in piazza per chiedere al governo italiano “la giusta considerazione”.

IN PIAZZA COL TRICOLORE

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Senza bandiere di sindacato, ma solo col Tricolore, gli agenti si sono ritrovati in piazza Montecitorio. Centinaia di persone per urlare che le divise sono disposte ad essere “servitori” dello Stato, ma non “servi”. Differenza sostanziale. “Siamo servitori del nostro popolo cui dobbiamo garantire sicurezza”, riporta al Giornale Andrea Cecchini, celerino, segretario di Italia Celere e promotore della manifestazione di piazza. Le parole d’ordine sono “dignità”, “tutele sanitarie e legali”, “regole di ingaggio chiare”. Ma soprattutto la “fine di un clima di demonizzazione nei confronti degli uomini in divisa”.

Il sit-in di fronte alla Camera si basa su due eventi scatenanti. Il primo, l’omicidio in questura di Trieste di Pier Luigi Rotta e Matteo Demenego. Alla classica goccia che ha fatto traboccare il vaso ha poi fatto da contraltare l’ennesima legge di bilancio in cui entra di tutto, dalle sugar tax alle pene per gli evasori, ma non trovano spazio risorse sufficienti per le forze dell’ordine. “I finanziamenti per la sicurezza sono sempre più emergenziali – sottolinea Cecchini – rendendo i nostri equipaggiamenti obsoleti, inidonei o comunque precari”. Domani a Palazzo Chigi, “Giuseppi” Conte incontrerà i delegati della polizia, dopo “l’oltraggio” di non averli convocati (come previsto dalla legge) prima di approvare il Def.

I PROBLEMI DELLE FORZE DELL’ORDINE

Di lamentele le divise ne hanno a bizzeffe. Si va da quelle più terrene, come i mancati rinnovi dei contratti o il blocco delle assunzioni. Poi ci sono le dotazioni inadeguate, i mezzi non idonei e l’assenza di leggi chiare o protocolli operativi. Fino ad arrivare alla legittima richiesta di maggior considerazione. “Un perverso garantismo – dice Cecchini – tutela molto più quelli che mandano all’ospedale un nostro collega rispetto a quelli che hanno il compito di arrestarli”. Gli agenti vivono nel “costante incubo” di ritrovarsi dal ruolo di “guardia” a quello di “imputato”, subendo “processi che durano molti anni e con spese ingenti” solo per aver fatto il proprio dovere. Per non parlare di quei malviventi catturati al mattino e liberati la sera, quelli che “ce li ritroviamo il giorno dopo” a commettere gli stessi reati “irridendoci anche pubblicamente e senza conseguenze”.