“Meglio Desirée morta che noi in galera”. Ecco perché i nordafricani non hanno chiamato i soccorsi

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Continua a tenere banco il caso della morte di Desirée Mariottini, una storia tragica di cui emergono dettagli.

Un virgolettato pronunciato durante le fasi più macabre di quella vicenda, nello specifico, era già emerso circa un anno fa: “Meglio Desirée morta che noi in galera” o “Meglio lei morta che noi in cella”. Ma il senso della proposizione non cambia. E ora quella espressione, che viene attribuita a coloro che adesso devono rispondere di violenza sessuale di gruppo e omicidio pluriaggravato, comincia a trovare riscontri nelle narrazioni di chi sta testimoniando durante il processo. Almeno stando ai racconti dell’incidente probatorio che, come di consueto, non prevede che gli esterni possano partecipare.

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Stando a quanto riportato da un articolo de Il Messaggero, che è stato ripreso pure da Dagospia, il testimone Sadir Abdullah, che non è il primo dei teste in ordine di tempo, ha avvalorato questa versione dei fatti, che avevamo già avuto modo di approfondire all’inizio di questa storia. Il timore di essere scoperti avrebbe dunque prevalso nei quattro sulla necessità di comunicare agli operatori sanitari l’urgenza della situazione. In aula c’erano anche loro. E il clima che si sarebbe registrato nell’incidente probatori era tutto fuorché disteso. Sempre sulla fonte sopracitata, del resto, vengono messe in rilievo le ” numerose incomprensioni” e anche un presunto allontanamento dall’aula per uno degli imputati disposto dal giudice. Ma c’è anche un altro virgolettato che, se venisse confermato, potrebbe rimarcare qualche ulteriore aspetto che potrebbe essere denotato di rilevanza giudiziaria: “L’ho vista che non si sentiva bene però poi si è ripresa”.

Desirée Mariottini poteva essere salvata? Anche questo quesito circola da tempo, ma rimane una domanda cui solo la giustiza potrebbe dare una risposta.

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