Immigrati, carovana di 25mila persone verso l’Italia: ecco la data dell’invasione

D’accordo, gli sbarchi di disperati sono scesi del 94% (evviva Salvini, evviva anche un po’ Minniti!). D’ accordo, mettiamoci anche l’ ennesima massa di povericristi, i 64 salvati dalla solita Ong tedesca Sea Eye nelle ribollenti acque libiche e aggiungiamoci pure l’ automatica reazione del Viminale che li fa deviare verso Amburgo. E, ok, riconosciamo che, senz’ altro, sul “tema migranti”, il flusso verso i nostri patri confini s’ è interrotto; e che il Mediterraneo ora è più presidiato del Pacifico durante la seconda Guerra mondiale. Ma il vero problema non è la Libia, è la Grecia.

Mentre l’ occhio di Salvini tutto controlla a sud, è a est che si sta progettando l’ invasione. Accade infatti che il governo greco, che in tutti questi mesi ha accolto parte della deviazione africana dei flussi migratori, oggi, dovendo analizzare lo status di “rifugiato” di tutti i suoi migranti ha fatto trapelare, che, soprattutto per i campi profughi nella zona di Salonicco, le decisioni «ufficiali» delle autorità arriveranno dal «2022 in avanti». Cioè, in forza di una burocrazia invincibile superiore perfino a quella italiana, l’ analisi della situazione d’ accoglienza di ogni singolo ospite, durerà almeno per due anni. Due anni. Due anni rinchiuso in attesa del giudizio di Dio e di Tsipras, in spazi sovraffollati come carri bestiame, con qualche problemino d’ igiene, e fosse soltanto quello. E che, dopo, mica è detto: potresti venire pure espulso. Una prospettiva drammatica. Alché la reazione rabbiosa degli accolti s’ è trasformata in un piano operativo senza precedenti. Una marea di 25mila persone molto incazzate e in cerca d’ una terra senza promessa, pare deciso a sfondare il confine albanese per risalire, via terra, in direzione Austria, Germania e Italia. Un insospettato passaggio a nord est che evoca le passate “rotte balcaniche”.

I CURDI IN MARCIA
L’operazione scatterebbe tra il 10 e il 12 aprile prossimi; e un primo ritrovo, una piccola prova d’ orchestra, s’ è avuta in questi giorni nella zona di Ioannina. Il leader di questa sorte di crociata moderna è un curdo di Atene, il quale è riuscito ad organizzare un piano che sta trovando, inusitatamente, notevole consenso nel mondo arabo.

La notizia non è ufficiale, ma probabilmente, scatenerebbe il panico se lo fosse. Però, lì, l’ universo mondo è in stato d’ allerta. La Croce Rossa internazionale, le Ong, l’ Unhcr, l’ Onu, le polizie e i servizi segreti dei singoli stati: tutti temono quest’ esodo che poco ha di biblico; ma nessuno pare avere una strategia chiara sul cosa fare. La posizione del governo di Atene è quella di sconsigliare caldamente i profughi di partecipare al viaggio in massa, perché «tutti quelli che, per una ragione o per l’ altra, saranno costretti a tornare indietro, be’, non avranno più diritto a rientrare nei campi profughi», mi dice un collega sbarcato sul Peloponneso ansioso d’ infilarsi in quella folla di disperati, alla ricerca di storie. D’ altronde la voce s’ è sparsa, molti giornalisti si stanno assiepando ai confini dello Stato- polveriera (andare sul profilo Facebook “Border crossing in Greece” per aggiornarsi, please) nell’ attesa dell’ evento. E la situazione, da quelle parti, in effetti, è esplosiva.

EMERGENZA PROFUGHI
E, ad essa, si aggiunge la presenza nervosa di circa 5mila persone sul confine turco; un piccolo popolo che tenta, come tonni controcorrente, di entrare in Grecia, mentre i pronostici delle elezioni, lì, vedono l’ estrema destra alla guida con un distacco dell’ 8%, e ci sarà pure un motivo.

La minaccia della traversata è dovuta soprattutto all’ emergenza nei campi profughi, che paiono una sorta di gironi infernali. Per esempio. Soltanto nel campo di Moria, nell’ isola di Lesbo, di fronte alle coste dell’ Anatolia – un campo che contiene il doppio di persone destinate ad essere accolte per ragioni di capienza – se ne stanno ammassate centinaia di persone, con un solo medico per quasi tutto il 2018, incaricato dalle autorità locale di provvedere all’identificazione e al primo soccorso delle circa 2.000 persone, che arrivavano ogni mese sull’ isola. Poi, da poco, anche quel medico s’ è dato. I racconti e le descrizione sono estenuanti catene di disorganizzazione, incuria e disumanità: intere famiglie ammassate in spazi angusti, acqua spesso non potabile (ma i profughi non lo sanno); bambini che piangono; donne malate di 80 anni costrette a dormire all’addiaccio dato che sono sparite anche le tende; volontari che si autotassano per acquistare coperte; medicine e beni di prima necessità. E soldati. Che ai confini presidiano l’ orizzonte dei profughi dagli spalti d’ un forte immaginario, come nell’ attesa buzzatiana dei Tartari, solo che i Tartari sono dentro.

In tutto questo, la politica latita. È in attesa di qualcosa ma non si capisce che cosa. Le organizzazioni umanitarie all’ interno dei campi, al corrente del tutto, non possono agire né rendicontare più di tanto, né introdurre cronisti. Però il pericolo non è tanto l’ esodo in sé, ma la reazione delle nazioni balcaniche, e una repressione armata che potrebbe aprire uno squarcio nel centro d’ Europa. In un territorio che minaccia d’ implodere sarebbe compreso anche il nostro nord est. Voltate lo sguardo, da questa parte…

di Francesco Specchia

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