“Per il Corano non è stupro”. Così l’islamica giustifica le violenze sulle yazide

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“Non si tratta di stupro”. A metterlo in chiaro è una delle innumerevoli mogli di un tagliagole islamico.

Il video, postato qualche giorno fa su Twitter da una volontaria curda, Afarin Mamosta, e condiviso oggi in Italia da Dagospia, è un vero e proprio pugno nello stomaco perché è la giustificazione delle violenze perpetrate dai jihadisti dello Stato islamico sulle yazide. Violenze che il Califfato ha imposto sulla base di una distorsione del Corano. Nel testo sacro dell’islam, a detto della donna, sarebbe scritto che i prigionieri di guerra diventano “proprietà” di chi le ha “conquistate”. Un assunto che giustifica, appunto, gli stupri e gli omicidi che, sin dalla fondazione del Califfato, sono stati sistematicamente compiuti.

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Il video, postato su Twitter dalla militante curda, è stato girato in Iraq (guarda il video). La dona che parla è la moglie (o una delle tante) di uno dei jihadisti dello Stato islamico. Indossa un niqab nero e quel poco di volto che le spunta fuori è coperto da occhiali da vista. Non si fa problemi a giustificare le violenze a cui negli ultimi anni sono state sottoposte le yazide nei terrotori conquistati dalle bandiere nere (guarda il video). “Non si tratta di stupro, visto che loro sono di nostra proprietà – dice la donna – nell’islam ci è permesso usarle”. E spiega: “Sono schiave. È nel Corano… chi sono io per metterlo in dubbio?”.

In realtà, la moglie del jihadista non sa molto del Corano. È lei stessa ad ammetterlo. “Non so molto del Corano”, dice. Una sura del testo sacro dell’islam invita, infatti, a “non forzare le schiave a prostituirsi affinché tu possa cercare il godimento, se vogliono preservare la loro castità”. In un altro verso, come ricorda Dagospia, viene chiesto ai fedeli di trattare i prigionieri con rispetto. Eppure, il Corano viene continuamente usato dai fondamentalisti islamici per giustificare le violenze schiave. Proprio come è accaduto sotto lo Stato islamico.

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