Autonomia, i vescovi contro la Lega e Matteo Salvini: come boicottano il Nord

Dopo i fanti, entrano i campo i santi, a cercare di fermare l’ iter per l’ autonoma di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il Messaggero, quotidiano romano che da settimane conduce una campagna stampa contro il decentramento dei poteri, ha intervistato ieri il presidente della Commissione della Conferenza Episcopale per le Politiche Sociali, monsignor Filippo Santoro, che ha schierato i vescovi contro la riforma leghista. È il segnale, parafrasando la liturgia ecclesiastica, che sarebbe «veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza», dare il via al più presto all’ autonomia delle tre Regioni settentrionali.

Se la validità di un progetto si valuta anche da chi lo osteggia, l’ attribuzione di maggiori poteri a Milano, Venezia e Bologna potrebbe essere la salvezza non solo di quelle terre, ma di tutta Italia. Contro di essa infatti si sono schierati i sindacati, il Pd, i grillini, buona parte dei notabili meridionali e laziali forzisti, illustri professoroni di sociologia, filosofia ed economia, imprenditori al di sotto del Po, e tutto il sottopotere romano che da sempre paralizza il Paese.

La richiesta d’ autonomia dei governatori lombardo e veneto era stata presa sotto gamba, due anni fa, quando Maroni e Zaia presentarono il referendum. La politica lo sottovalutò, il potere ne rise, la stampa lo snobbò, a eccezione di Libero, che lo cavalcò dal primo minuto. Poi la votazione fu un successo, alla richiesta di autonomia si associò anche la rossa Emilia-Romagna, a guida Pd, e ora pure Liguria, Piemonte e Marche si sono messe in fila per ottenere più poteri. Dal niente è partita una potenziale rivoluzione della struttura dello Stato.

LE REGOLE
Oggi la riforma è immanente più che imminente, fluttua nell’ aria, tra i compiti della maggioranza, e viene puntualmente rinviata di consiglio dei ministri in consiglio dei ministri. I grillini non la vogliono, Salvini non sta forzando, perché significherebbe rompere. Facile che prima delle Europee non si faccia nulla. Il rallentamento è dovuto al fatto che contro l’ autonomia si sta compattando un concentrato di balle, paura e disinformazione.

Chi la ostacola sostiene che essa disintegrerà il Paese, renderà Roma un inutile orpello e aumenterà il divario tra Nord e Sud. In realtà il decentramento di poteri, funzioni e disponibilità economiche si rivelerebbe un toccasana per tutto il Paese, senza togliere risorse alle Regioni meno ricche. Ecco perché: per i primi cinque anni, lo Stato continuerebbe a trasferire sui territori la stessa quantità di denaro dell’ anno scorso, con l’ effetto di evitare un aumento delle spese. Se qualcuno le riduce, buon per lui, si troverà più quattrini. Stabilizzati i conti, entrerebbe in vigore la fase due: tutte le regioni devono spendere gli stessi soldi per il medesimo servizio, il classico esempio della siringa, che non può costare 1 a Milano e 7 a Crotone. È un modo per obbligare chi spende troppo a tagliare gli sprechi, adeguandosi ai costi standard degli altri. Terza fase, la compartecipazione degli enti locali al gettito che si crea sul territorio, che è una sorta di premio per chi stimola ricchezza.

La levata di scudi contro questo progetto non presenta alternative se non cristallizzare la situazione, fallimentare, così com’ è da decenni; e anche solo questo basta a dimostrare la malafede dei contestatori, mossi dall’ unico timore di perdere la mammella nordista dalla quale succhiano denaro che non sanno poi mettere a frutto.

Si dice che con l’ autonomia del Nord il Sud precipiterebbe nel Medioevo, ma 150 anni di Stato unitario non hanno fatto che aumentare il divario tra Settentrione e Meridione. Senza addentrarci in analisi storiche: così come sono, le cose non funzionano. Scuola, sanità e servizi al Sud sono più costosi e meno efficienti, tant’ è che i meridionali intraprendono viaggi della speranza per curarsi al Nord e i giovani del Sud, se possono, si trasferiscono a studiare a Milano, Torino, Bologna, Padova… La situazione deve cambiare, soprattutto nell’ interesse del Meridione, che così non ce la fa.

COMANDAMENTO
Quanto alla perdita di potere di Roma, essa è la soluzione, non il problema. La Capitale è una città meravigliosa, che con i suoi tentacoli avviluppa chi vi arriva. Grazie alla sua bellezza e a una millenaria abitudine al potere, conquista e rende imbelle chiunque. Un decentramento dei poteri farebbe bene non solo al Nord, ma soprattutto al Sud, che della Capitale è la vera colonia visto che il potere centrale spedisce a capocchia nelle terre meridionali i quattrini del Nord sulla base di clientele anziché progetti di sviluppo.

L’Italia è afflitta da tre problemi che sembrano insolubili: debito pubblico in costante aumento, divario Nord-Sud in crescita, paralisi dello Stato centrale. Peggio di così, non può andare. Il centralismo non ci ha aiutato, l’ autonomia regionale è una risposta. In Germania e Spagna è andata bene. Cari vescovi, perseverare è diabolico, provarci dovrebbe essere un comandamento.

di Pietro Senaldi

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