Vent’anni di Euro: quando i prezzi raddoppiarono mentre i nostri stipendi rimasero fermi…

Sono esattamente vent’anni da quando ci fu annunciata dal consiglio dei ministri europei la nascita dell’euro, il 1° gennaio 1999, la divisa europea, che però entrò effettivamente in vigore solo il 1° gennaio 2002. L’euro oggi è diffuso oltre trenta Stati, di cui 19 appartenenti all’Unione europea. Quasi mezzo miliardo di persone lo usano. Un grande successo? Forse, ma l’euro è anche la causa della nascita del crescente movimento degli euroscettici, poiché la moneta unica ha evidenziato le criticità endogene dell’Unione europea, criticità che hanno causato la Brexit inglese e che verosimilmente esploderanno a maggio prossimo. Da non dimenticare anche che l’onda lunga dell’introduzione dell’euro ha provocato la crisi drammatica della Grecia e in parte anche la Grande Depressione del 2007/2008. Va anche onestamente dato atto che se l’Italia non ha avuto lo stesso destino della Grecia è stato grazie ai governi Berlusconi che hanno saputo contenere e gestire gli effetti della tempesta valutaria e finanziaria mondiale. D’altro canto, al governo Berlusconi va rimproverata la scarsa o nulla vigilanza al momento della transizione lira-euro nel 2002, quando assistemmo agli aumenti indiscriminati di tutti i generi di consumo mentre gli stipendi venivano cambiati al tasso ufficiale (quello del marco) e rimasero sostanzialmente al palo. Il Secolo d’Italia allora fece una elementare inchiesta sugli aumenti ingiustificati del giorno dopo, ed è sintomatico l’esempio dei libri pocket che si vendevano alle stazioni: magicamente, sulla copertina, apparvero delle pecette abusive che convertivano le mille lire in un euro: così, dal giorno alla notte. E così per tutte le altre merci, senza che le autorità intervenissero energicamente per fermare gli abusi e le speculazioni.

Neanche sull’euro la Ue ha imparato la lezione inglese
Come è noto, il Regno Unito saggiamente non entrò mai nell’euro, e lo spettacolo che ne seguì convinse i cittadini di Sua Maestà ad abbandonare questa Europa nel corso di un libero referendum, che probabilmente ha dato il colpo di grazia agli eurocrati di Bruxelles. L’Italia, in realtà, non si è mai ripresa da questo choc, e la crisi economica iniziata nel 2007 è figlia, oltre che dalla bufera proveniente dagli Stati Uniti, anche dall’errata e sconsiderata gestione della nuova moneta unica. E questo è comprovato dal fatto che mentre gli Usa si sono perfettamente ripresi dalla crisi e ora stanno addirittura crescendo, il nostro Paese invece sta ancora arrancando penosamente, penalizzato per giunta dai diktat di un’Europa che ancora non ha imparato la lezione inglese. Inglese, ma anche norvegese e islandese, Paesi che mai hanno voluto avere a che fare con quest’Europa pasticciona e autoritaria. Ma poi, come sempre accade, gli italiani dimenticarono che il loro stipendio era fermo e i prezzi correvano, e si sono adattati e rassegnati, con il fatalismo tipico della nostra nazione. Certo, l’euro ha dato anche dei vantaggi pratici, ma più che ai cittadini lo ha dato alle banche e alla finanza, e in certe occasioni possiamo anche affermare che ha limitato alcune speculazioni, anche se magari ne ha favorito delle altre. Oggi non è certo il caso di fare retromarcia, poiché creerebbe più problemi di quanti ne risolverebbe, e poi il danno è stato fatto. Quello che va fatto, anziché cancellare l’euro, è ripensare dall’inizio la struttura europea, l’architettura comunitaria, e ripartire con un’unione che non favorisca solo le banche e le grandi imprese ma, una volta tanto, tutti i cittadini di questo continente e le loro forze produttive, a cominciare dagli agricoltori: non a caso l’economia definisce l’agricoltura come settore “primario”. Quello che è certo è che l’euro ci ha reso tutti più poveri, e che le conseguenze delle decisioni prese a Bruxelles non hanno finito di far sentire i loro effetti negativi, e non solo qui in Italia.

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