Decreto sicurezza, pugno duro di Salvini: Stop al diritto di asilo per tutti i migranti che commettono reati

 

Gli annunci fatti dal segretario della Lega stanno per essere messi nero su bianco in un decreto legge firmato da ministro dell’Interno e in arrivo «entro l’estate».

Matteo Salvini traduce il suo mantra «la pacchia è finita» in un «decreto sicurezza» a cui «stanno lavorando cinque ministeri», tra cui Esteri e Tesoro, e che avrà come cardine la stretta generale alle regole dell’accoglienza. Non solo, dunque, la scure sulla protezione umanitaria, per ridurre, se non eliminare, la misura concessa nel 25 per cento dei casi ai migranti, a fronte dell’8 per cento di permessi per asilo politico, ma soprattutto lo stop ai richiedenti asilo che delinquono.

Il titolare del Viminale in audizione di fronte alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato, ha insistito soprattutto su questo punto nell’illustrare le linee programmatiche del suo dicastero. Una promessa fatta in campagna elettorale e rilanciata ogni qualvolta – l’ultima due giorni fa su Twitter nei confronti di due richiedenti asilo accusati di violenza sessuale e molestie – si ripresentano casi di cronaca che coinvolgono migranti. Allo studio, e «siamo già all’80 per cento del lavoro», spiega Salvini, c’è un allargamento della lista di reati per i quali si prevede la decadenza della richiesta di asilo di chi li commette, con conseguente perdita del diritto all’accoglienza e il via all’espulsione.

A oggi tra i delitti per cui possono essere revocati domanda e status di rifugiato ci sono quelli relativi alla «pericolosità sociale», come l’associazione di stampo mafioso, il traffico di droga e armi, il pericolo per la sicurezza pubblica. Salvini promette di andare oltre: «Il decreto permetterà anche di bloccare la domanda di asilo a chi commette reati, perché oggi la legge, eccetto che in alcuni casi, consente a delinquenti stranieri di continuare a chiedere e ricevere protezione a spese degli italiani». Nel dettaglio gli uffici ministeriali stanno lavorando «sul piano normativo per ampliare la platea dei reati la cui commissione comporta il trasferimento in un cpr ai fini dell’espulsione».

Ma i cosiddetti cpr, i centri per i rimpatri, sono un’altra nota dolente per il ministero. Perché, seppur avviati dall’ex ministro Marco Minniti come strutture che dovevano sorgere in ogni regione e velocizzare le espulsioni, nei fatti, per le resistenze dei territori, ne sono finora state attivate appena sei: a Torino, Roma, Bari, Brindisi, Potenza e Caltanissetta per una capienza di 880 posti.

L’obiettivo di Salvini è risolvere l’impasse entro l’anno e aumentarla di altri 400, sbloccando le trattative con governatori e sindaci e accelerando le ristrutturazioni necessarie di alcuni edifici. Si punta sull’ex carcere di Macomer , a Nuoro, dove sono iniziati i lavori che saranno ultimati in sei mesi. Ci sono poi il centro di Modena e la riconversione dei centri di accoglienza di Gradisca d’Isonzo e di Milano, che dunque diventeranno a tutti gli effetti strutture di semi detenzione finalizzate alle procedure di rimpatrio. Resta da capire come attuarle, in assenza di accordi bilaterali con tutti i Paesi extra Ue di provenienza dei migranti, e come far rispettare nei tempi previsti quelli già esistenti con Egitto, Tunisia, Marocco e Nigeria che spesso sono restii a riprendersi in carico gli autori di reati.

E se da un lato Salvini rivendica il calo degli sbarchi dal suo insediamento, «l’86% in meno», dall’altro sottolinea il permanere di «forti elementi di preoccupazione». Soprattutto in relazione al rischio di infiltrazioni terroristiche e foreign fighters di ritorno, per cui ha annunciato ulteriori controlli nei luoghi di sbarco «sensibili».

Con fonte Il Giornale

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