Smontate le accuse della Ong: così i libici hanno provato a salvare i migranti

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I libici della guardia costiera non sono educande o suorine della Croce rossa, ma neppure tagliagole che affondano volutamente i gommoni con gente viva ancora a bordo.

Nel tritacarne quotidiano delle notizie vere e false sugli inutili viaggi della speranza dalla Libia ci siamo già dimenticati del video reportage realizzato dalla giornalista tedesca sul soccorso di un gommone maledetto. Prima annunciato gran voce e poi mai visto. Poche ore dopo lo stesso gommone semi affondato è stato intercettato dalla nave dell’Ong spagnola Open Arms, che ha trovato fra i relitti alla deriva Josefa, la migrante miracolata e purtroppo un’altra donna ed un bambino annegati.

Subito è scattata la grancassa umanitaria per accusare la Guardia costiera libica di omicidio in mare e l’Italia di collusione.

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Adesso che sul sito di Tripoli hanno postato uno spezzone del soccorso notturno possiamo renderci conto che i libici si sono dannati l’anima per soccorrere i migranti, compresa una bambina piccola che non ce l’ha fatta e viene tenuta in braccio dalla giornalista. Non solo: uno dei sopravissuti dichiara in francese che nessuno, morto o vivo, è rimasto indietro (guarda il video).

Al contrario gli stessi libici hanno ammesso di avere abbandonato a bordo due corpi senza vita. È lo stesso gommone intercettato da Open Arms? Una delle supposte vittime in realtà era ancora viva? Probabilmente sì, ma nessuno l’ha lasciata volutamente alla deriva.

Basta guardare le immagini del soccorso nel buio della notte (guarda qui). Braccia che issano a bordo i naufraghi sfiniti, bambini dissetati, donne sfinite fatte distendere sul ponte. Prima di pensare a riportarli indietro, i libici, come qualsiasi marinaio al mondo, si sono fatti in quattro per salvare i migranti. Tutti condannati a morte certa dai trafficanti di uomini, che li avevano spediti verso l’Europa su uno stracarico gommone cinese destinato a colare a picco.

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